La Porrettana nella Storia

I Paesi della Porrettana

 

Frassignoni - Comune di Sambuca Pistoiese

 Le prime notizie storiche sull’esistenza di Frassignoni si desumono dall’antico statuto del Comune di Sambuca del 1291, cap. CXXV, in cui Frascignoni è da considerare fra le terre “prostimate”, cioè di uso comune. L’abitato è posto nella parte più occidentale del territorio sambucano, sul versante destro del fiume Reno, antica zona di frontiera tra Longobardi e Bizantini, presidiata dai primi nella parte toscana, costituiva una zona di confine con il territorio bolognese. Frassignoni, paese costituito da una dozzina di gruppi di “Case” e non da un unico nucleo, era lambito, fin da epoca antica dalla viabilità che valicava gli Appennini dalla pianura pistoiese verso il nord: dalla Via Francigena, ma ancor prima da antichi percorsi di crinale. Il castello della Sambuca edificato nell’XI secolo ad opera dei vescovi di Pistoia in questa zona ritenuta strategica perché di cerniera, è distante dal paese una decina di chilometri. La prossimità alle antiche vie di comunicazione potrebbe così aver favorito il popolamento di questa parte di montagna non troppo generosa quanto a disponibilità di risorse agricole e naturali necessarie al sostentamento. Molti giovani fino al secondo dopoguerra lasciavano all’inizio dell’inverno le famiglie per recarsi a far carbone in Maremma, oppure in Sardegna o in Corsica, all’inizio dell’estate tornavano a casa per evitare la malaria che infestava soprattutto la Maremma. Agli inizi dell’Ottocento alcuni seguirono il trasferimento della Magona voluto dal Granduca nella zona di Massa Marittima, nell’area dove poi sorse Follonica, per lavorare ai primi forni per la fusione dei metalli; quell’area in breve tempo divenne il secondo polo siderurgico d’Europa. Uno di quei lavoratori fu Pietro Gaggioli, il cui nome si trova sull’obelisco della Piazza centrale di Follonica per aver partecipato al salvamento di Giuseppe Garibaldi nel 1849, dopo le vicende della Repubblica Romana.  Le condizioni di vita, a Frassignoni, come in tutta la Montagna cominciarono a migliorare intorno alla metà dell’Ottocento con l’apertura della strada carrozzabile Pistoia Bologna, nella valle della Limentra, oggi S.S. 64 e poi decisamente con la costruzione ed entrata in esercizio della ferrovia Porrettana e per l’importanza che venne ad assumere la stazione di Pracchia. Dal   1864, con la ferrovia transappenninica fu realizzata  la strada che percorre la valle del Reno tra Pontepetri e Ponte della Venturina; opere che, insieme alla realizzazione, nel 1911, degli stabilimenti SMI a Campo Tizzoro per la produzione di munizioni e la Ferrovia Alto Pistoiese, FAP a scartamento ridotto, tra Pracchia e Mammiano dal 1927, offrirono opportunità lavorative nuove a tutta la Montagna Pistoiese; anche gente di Frassignoni, uomini e donne, lavorò alla SMI. Con le nuove infrastrutture si sviluppò in Montagna ed a Pracchia in particolare, il turismo che arrivò anche Frassignoni, dove, fin dai primi anni del Novecento, si affittavano camere private ai villeggianti e funzionavano ben tre pensioni; il paese era raggiungibile dalla stazione ferroviaria di Pracchia a piedi o con cavalcature attraverso Setteponti, sulla carrozzabile tra Pracchia e Ponte della Venturina; l’attuale tracciato stradale, dal cimitero di Pracchia al Faldo ha meno di cinquant’anni. Già da molto prima che fosse costruita la ferrovia Porrettana Frassignoni era collegata a Pracchia dalla mulattiera che varcava il torrente Faldo con un ponte a schiena d’asino in pietra largo meno di due metri e privo di spallette; quel ponte è stato distrutto, con poca lungimiranza, quando fu realizzata la nuova strada carrozzabile, alla fine degli anni sessanta. Quel ponte fu chiamato Il ponte del diavolo perché qualche artista buontempone si era divertito ad incidere su di un masso a lato del ponte, su una superficie di circa due metri quadri, la figura di un diavolo, ancora ben visibile. Frassignoni registra una decina di residenti stabili, ma in estate, specialmente in agosto, si popola fino a raggiungere circa duecento abitanti. Quando Frassignoni era popolata, oltre alle pensioni , c’era una bottega di generi alimentari, il circolo ricreativo in cui si giocava il fiasco e la domenica e per Carnevale si ballava, ma anche un ufficio postale che è stato chiuso verso la fine degli anni settanta del secolo scorso. La chiesa di Frassignoni è stata edificata ai primi del 1600, probabilmente su di un edificio preesistente dedicato al culto; fino alla fine del 1700 la parrocchia apparteneva alla diocesi di Bologna, poi Scipione de’ Ricci, il vescovo giansenista, riuscì a ricongiungerla alla diocesi di Pistoia.

Qualcuno ha definito Frassignoni un paese inesistente in quanto privo di un agglomerato abitato prevalente sugli altri, tale da essere identificato come il paese vero e proprio; ciò è dipeso probabilmente dalla configurazione fisica del territorio che in questa zona non ha offerto un’area abbastanza ampia da accogliere il maggior numero di abitazioni. Si assiste pertanto alla presenza, in circa un chilometro quadrato, di una dozzina di borghi, quasi tutti già esistenti alla fine del ‘700: La Bambocchia, Case Novelli, Case Santini, La Chiesa, già Case Simonacci, Case Andreani, Case Lucci, Case Martinelli, Il Masseto, Case Rospi, Pian della Viola, Case Bezzi, Bagaia. Il nucleo più antico è probabilmente Case Bezzi che risulta esistente già alla metà del 1600.

Parlando di Frassignoni non si può sottacere che qui ha abitato dal 1853 al 1864, trovandovi moglie e poi nuovamente, dopo aver lavorato in vare parti d’Italia, dal 1901 al 2 agosto 1910, quando morì, l’ingegnere francese Alfred Girard, famoso per aver partecipato al gruppo tecnico incaricato della realizzazione del tratto appenninico della ferrovia Porrettana, un’opera con soluzioni costruttive mai sperimentate prima. Lo stesso Girard aveva inventato una macchina escavatrice utilizzata per le gallerie. Egli era nato nel 1827 a Poligny, una cittadina francese nel Giura. A Girard son dedicate una piazza di Frassignoni e la piazza della stazione ferroviaria di Pracchia. 

Dal punto di vista geografico Frassignoni si trova tra i 650 e gli 850 metri di altitudine, pressi del 44° parallelo N ed 11° meridiano E, Comune di Sambuca Pistoiese, sulle pendici del monte Pidocchina ed a circa 150 metri di distanza dal fiume Reno, destra idrografica. Si giunge a Frassignoni da Pracchia, due chilometri e mezzo, in circa cinque minuti se con mezzo motorizzato oppure in circa venti minuti se a piedi. Dal Paese si dipartono i sentieri CAI 169 e 177 (Pracchia – Ponte della Venturina, via Lagacci il primo e via Case Bezzi, Posola il secondo) esistono tuttavia numerose varianti ed una strada forestale di circa quindici chilometri, in quota costante sui mille metri che congiunge Posola a Collina Pistoiese, ricavata su un antico percorso tra il Castello di Sambuca ed il Pistoiese. 

L’ambiente è quello dell’alta collina, caratterizzato da vaste aree, un tempo coltivate a castagneto da frutto, una specie decisiva per l’alimentazione delle popolazioni residenti, che dedicavano ogni cura a queste piante per ricavarne la massima produttività, oggi molti castagneti sono stati abbandonati, alcuni invece sono ancora oggetto di cure da parte dei proprietari, sia per raccogliere il frutto, sia per valorizzare la magnificenza di queste piante secolari. Frassignoni si trova lungo l’Itinerario del Castagno, segnato e descritto, voluto dagli Enti locali della Montagna per favorire la visita di questi luoghi e ricordare una civiltà che basava la propria sopravvivenza proprio su questo albero da frutto, ma anche da legname per costruzione ed attrezzistica. La flora locale presenta un’ampia varietà, tra l’alto fusto sono presenti frassini, da cui prende nome probabilmente il paese, aceri, carpini, ciliegi, conifere, tra gli arbusti agrifoglio, biancospino, crespino, sanguinella, in estate si trovano facilmente more, mirtilli e lamponi e nei periodi giusti, i funghi. Alcune sorgenti si incontrano ogni tanto lungo i sentieri. La fauna vede presenti cervi, daini, caprioli, cinghiali che non è difficile incontrare, non è neppure raro incontrare tassi, istrici, ghiri, scoiattoli, sono altresì presenti vari predatori come i mustelidi, faina, martora, donnola e soprattutto di recente il lupo di cui, specie in primavera ed in autunno, si può ascoltare l’ululato.  

Foto di Frassignoni

Castagno di Piteccio - comune di Pistoia

... tra storia e leggenda

Il vecchio CASTAGNO era posto sulla strada che da Pistoia risaliva la Valle dell’Ombrone e per il Passo della Collina e per Sambuca portava a Bologna.

Era una mulattiera chiamata Francesca per i molti pellegrini che dalla Francia scendevano a Roma o si incamminavano verso i luoghi santi per il valico dell’appennino centrale.

Al di là e al di qua del passo esistevano dei Monasteri Ospizio fondati in epoca longobarda dal Pistoiese Gaidualdo che presentavano caratteristiche del Castello fortilizio e venivano di volta in volta abitati dai signorotti del tempo. A circa due chilometri a sud del passo, e cioè a 800 metri di quota, si ergeva il castello di Castagno che aveva il suo omologo in quello di Spedaletto al di là del passo nella valle della Limentra. Il luogo ancora oggi e denominato “Il Castello” oppure “ Fonte della Regina”, perché qui dimorò anche la famosa regina longobarda Ansa, nota per i molti ospizi che aveva fatto costruire.

Una migliore ricognizione della zona, che in catasto è indicata con il nome di Saletto o Castello, rivelò le tracce di un’antica imponente costruzione di un grande bastione a forma quadrangolare, qualche tratto di muro in pietra, nonché la base di un torrione (guardingo longobardo) che si trovava al centro del lato Sud.

Intorno al Castello viveva una comunità che aveva più in basso (circa due chilometri) terreni coltivabili. Il posto si chiamava perciò Villa del Castello di Castagno: qui era possibile coltivare la vite, l’ulivo, seminare legumi, ortaggi, ecc. e riunirsi in preghiera nell’apposita cappella all’uopo edificata e che era costituita dalla sola attuale navata centrale e senza il protiro.

Il castello sopportò le scorrerie dell’epoca e per secoli fu sicuro rifugio anche per i viandanti, sereno luogo di preghiera, residenza di governanti e signorotti.

Ciò nonostante nel secolo XV, in circostanze che sfuggono alla ricerca, il Castello venne distrutto, la popolazione si disperse. Più tardi ritornò sui luoghi, ma ricostruì il Castagno ove si trovava la “Villa”.

Sorsero così le nuove case usando il materiale che veniva prelevato dalle rovine dell’antico Castello così che pietre squadrate ed elegantemente lavorate con fregi e disegni vennero usate come architravi e “leghe” dei muri perimetrali ed anche come scalini.

Questo materiale da sé ci richiama ad una antica civiltà per i segni incisi sulle pietre.

Due di queste pietre portano la data del 1569 e del 1575 e dimostrano che il nuovo attuale Castagno risale al 1600.

L’attuale chiesetta fu realizzata in quel periodo, sulla base della già esistente cappella, usando lo stesso materiale del Castello ed in particolare le colonne per il protiro e per la navata centrale. Tali colonne erano certamente quelle della Pieve del Castello.

La Chiesa venne poi totalmente ristrutturata nel periodo che va dal 1707 al 1738, come dimostrano documenti e arredi sacri.

Un antico messale risulta stampato a Venezia nel MDCCXII.

Una reliquia della S. Croce contenuta in piccolo ostensorio elegantemente lavorato, in legno dorato e argento, risulta donata da Giuseppe di Giovan Battista Pasquali nel 1731. La stessa famiglia regalò le acquasantiere in marmo a forma di conchiglia negli anni 1734 e 1738. 

Esiste infine una bolla del Vescovo di Pistoia Federico ALEMANNI che concede l’indulgenza di 40 giorni a tutti coloro che si recano in quella Chiesa a pregare la venerata immagine della Madonna dell’Umiltà, affresco di scuola giottesca e quindi risalente al tempo della primitiva cappella, sovrastante l’altare maggiore.

L’antica lampada votiva datata 1751 porta lo stemma della famiglia Antonini, come pure un turibolo sulla quale sono riportati i nomi di: “FRANCESCO MARIA ANTONINI E FELICE FRATELLI” quali evidenti donatori. Si tratta della stessa famiglia da cui discese l’Ingegnere Pellegrino Antonini, ben noto per il Pio Legato delle foreste che si estendono oltre Prunetta sul versante della Val di Forfora. Lo stesso Antonini nel suo testamento, consegnato al notaio Angiolo Trinci il 1° febbraio 1821 e completato di aggiunte il 28 Febbraio 1825, disponeva che alcune Messe venissero celebrate a suo suffragio, ogni anno, nella Chiesa del Castagno di Piteccio che è stata dedicata a S. Francesco.

Vale la pena ricordare, sempre ai fini della ricognizione storica, che in virtù dell’atto per notaio VIVARELLI, di Pistoia del 3 agosto 1693 la proprietà acquistata da GARGINI Vittorio con atto per notaio Corsini di Pistoia del 9 ottobre 1895 era con “gravata da iscrizione ipotecaria a garanzia del Pio Legato di messe annue di lire quattro e centesimi quarantotto da celebrarsi nell’Oratorio di S. Francesco a Castagno”.

Proprio per i fatti obiettivi e i documenti reperiti si riuscì nell’agosto del 1974 ad ottenere una ricognizione da parte della sovrintendenza ai Monumenti di Firenze al fine del restauro conservativo dell’opera. I lavori vennero effettuati nel 1975/76 ed interessarono tutte le strutture murarie, le rifiniture interne ed esterne, nonché il ripristino “a nuovo” delle porte, confessionali, banchi, ecc.

Durante i lavori furono ritrovati affreschi decorativi del 1600, nonché figurativi assai anteriori e risalenti certamente al primo nucleo della Cappella trecentesca.

L’opera venne poi completata nel 1982, con l’esecuzione da parte del maestro Luciano GUARNIERI, del grande affresco di S. Francesco giovinetto, sulla intera parete posta a fronte dell’altare.

 

Castagno ... quasi ai tempi nostri [1988]

E’ doveroso soffermarci sulle manifestazioni e iniziative che hanno impresso una migliore e suggestiva immagine al paese.

Nel 1960, in occasione della inaugurazione della sala di attesa viaggiatori alla fermata del treno in Pian di Lao, onde richiamare più gente, Vezio Gelli propose alla Pro-Loco di patrocinare un concorso di  Pittura estemporanea.

La cosa piacque, trovò l’adesione  della Commissione esaminatrice VASCO MELANI, MARIOTTI, GORDIGIANI, ERMANNO VANNUCCI ecc. Così al Castagno vennero a dipingere fra gli altri gli allora giovani Luigi BARTOLINI, Alfredo FABBRI, Aristodemo CAPECCHI, Marcello LUCARELLI, ecc.

Fu un successo e così da allora, salvo qualche interruzione, ritorna ogni anno, magari con formule diverse, il Concorso Estemporaneo che vede il paese invaso da pittori alla ricerca del meglio nell’arte spontanea del dipingere.

Alle 21 edizioni del Castagno"estemporaneo"parteciparono oltre 600 pittori. 

 

Quasi in parallelo con il “Castagno Estemporaneo”, proposto da Tommaso PALOSCIA, critico d’arte, partiva nel 1971 il “PREMIO CASTAGNO NAZIONALE DI PITTURA” ad invito, la cui formula inconsueta trovò e trova nei partecipanti consenso, interesse e gradevole sorpresa.

Infatti la proclamazione del vincitore scaturisce dalla discussione “della giuria” composta dagli stessi partecipanti e rappresentanti dell’organizzazione. 

Nel  1975 vi fu l’edizione speciale:

si trattò di far rivivere i dodici mesi dell’anno con la nobile arte dell’affresco su pareti appositamente preparate.

Furono chiamati a parteciparvi i vincitori delle precedenti edizioni [ALINARI,BUENO,MINIATI,DE POLI] nonché  BERTI Vinicio, FABBRI Alfredo, GAVAZZI Giuseppe, GRAZZINI Renzo, GUARNIERI Luciano, LOFFREDO Silvio, MARTINI Quinto e SAETTI Bruno che dettero il loro cortese e disinteressato consenso ad una iniziativa diretta a restare nel tempo sempre viva e presente.

Mancava SAPORETTI Adolfo ed in suo ricordo PALOSCIA Tommaso così scrisse:

“L’edizione speciale del Premio CASTAGNO non avrà il piacere e l’onore di tramandare nel tempo, sui muri di queste case, l’opera di SAPORETTI Adolfo.

Improvvisamente SAPORETTI è mancato alla schiera degli artisti che hanno dato lustro all’arte contemporanea del nostro paese.

A lui che ricordiamo felice in quell’assolata giornata dell’agosto 1973, quando tutti i partecipanti-e giudici nel medesimo tempo- del Premio Castagno, l’acclamarono vincitore della terza edizione, corre il nostro pensiero riverente e quello dei castagnoli, grati di averlo avuto per bun giorno “uno di loro”, indimenticabile ospite ed amico”.

Il tre agosto i maestri invitati si misero all'opera e realizzarono i dodici affreschi, uno per mese.

Nasceva così il primo nucleo del MUSEO all’aperto di cui Castagno vanta senza dubbio la priorità.

Seguirono poi altre edizioni del Premio Nazionale Castagno di Pittura.

 

Per completare il Museo all’aperto, realizzati i 12 affreschi, Tommaso PALOSCIA rivolse la sua attenzione agli scultori e così, ottenuto in maniera miracolosa il consenso dei più bei nomi, al Castagno giunsero, e sono permanentemente esposte, le loro opere.

Domenica 11 ottobre 2015 La Pro-loco Castagno ha pensato di ricordare Tommaso Paloscia attribuendo il suo nome al museo all’aperto . 

Alle arti figurative non poteva che far seguito CALLIOPE e così Glauco GIUSTI, poeta e pittore, riusciva a promuovere dal 1981 il Premio Nazionale Poesia che vedeva la partecipazione, in otto edizioni, di centinaia di poeti anche residenti all’estero.

La manifestazione nel giorno della lettura delle opere e premiazione vide coinvolti all’unisono paesani, villeggianti, autorità, critici, prima fra le mura dell’antica “aia” [La piazza del paese] poi sotto le “Logge della Chiesa” ed ora nell’accogliente Sala della Pro Loco.

Il Premio Castagno Poesia è entrato ormai nel novero dei Veri Nazionali e ciò è dimostrato dalla provenienza dei partecipanti e dei vincitori.

 

 

Foto di Castagno - museo all'aperto

Foto di Castagno - paese

San Mommè - comune di Pistoia

San Mommè (o Sammommè) è un piccolo paese nel comune di Pistoia sorto in prossimità della sorgente dell'Ombrone Pistoiese, a circa 555 metri sul livello del mare, è un piccolo gioiello incastonato nell'Appennino Tosco-Emiliano, dove domina il verde la pace e la serenità.

Il centro sorge intorno alla Pieve di San Matteo e al suo campanile.

Il primo nucleo abitato di San Mommè è edificato dai Longobardi nell’anno 1000 a “Savaiana” attorno alla chiesetta dedicata a Mamante, il santo da cui la località in seguito prenderà il nome. Attorno al 1400, per contenere il crescente numero di fedeli, viene costruita anche una nuova chiesa nel centro del paese. Tra il ‘600 e la fine dell’800. Nel 1864, anno di costruzione della linea ferroviaria Porrettana, termina l’isolamento di queste valli ed è poi nei primi del ‘900, con l’arrivo dell’energia elettrica, che la qualità della vita degli abitanti di San Mommè migliora.In quest'area Caterina de' Medici era solita soggiornare stagionalmente, con tutta la corte.Il borgo era ben conosciuto anche all'epoca del Granducato, ma solo nei primi lustri del '900 cominciò a svilupparsi trasformandosi in località di villeggiatura, aiutato anche dall'entrata in funzione della fermata ferroviaria (intorno al 1930).

In questi anni,infatti, i fratelli Taddei della valle della Limentra, grazie alle loro capacità professionali aquisite in Francia, costruiranno delle centrali elettriche,che serviranno poi parte del territorio in questione fino a S. Felice.