La via dei Molini

Il nostro è sempre stato un territorio di confine, vocazione dovuta alla sua stessa natura. Le montagne segnavano e segnano i confini naturali e questi confini sono sempre stati oggetto di contesa.

Zona di passaggio di eserciti in movimento, la nostra montagna inizia verosimilmente ad essere abitata nel periodo longobardo (V – VIII secolo). Popolazioni in fuga dalle città, soggette alle continue invasioni, cercano rifugio sugli Appennini, stabilendosi a mezza costa.

Nell'alto medioevo i nostri monti rappresentavano i confini fra l'esarcato bizantino, i ducati Longobardi di Lucca e Firenze e il centro amministrativo/militare di Pistoia.

Una figura che segnò in maniera forte lo sviluppo di questi luoghi fu Matilde di Canossa (1046 – 1115).

Discendente di una potente famiglia Longobarda, gli Attoni, Matilde attuò una serie di iniziative per lo sviluppo delle magre condizioni economiche delle popolazioni appenniniche. Fondò Pievi, lastricò mulattiere, costruì ponti stabili e distribuì i terreni incolti rendendoli produttivi con la diffusione dei castagneti da frutto. Creò quindi le condizioni per cui la popolazione potesse abitare questi luoghi.

E' verosimile pensare quindi che un impulso alla colonizzazione di questi luoghi ebbe inizio in questo periodo.

Ma è soltanto nel XVI secolo che si ha evidenza della costruzione di oratori nella Valle del Randaragna, in gran parte per volontà e con risorse della popolazione stessa, a significare che in quegli anni la popolazione era già cresciuta numericamente e necessitava di luoghi di aggregazione vicini.

Il numero crescente della popolazione portava di attualità il problema del loro sostentamento; con i castagneti da frutto introdotti nei secoli precedenti si procurava la materia prima che per essere mantenuta andava lavorata.

Le castagne dovevano essere macinate per produrre la farina e la farina era “indispensabile”.

Utilizzare allo scopo l'energia meccanica prodotta dalla corrente del Randaragna era la scelta più ovvia.

Per questo motivo iniziarono, lungo il corso del fiume, le costruzioni dei molini ad acqua.

 

Una volta nella Valle del Randaragna si contavano dodici molinari e quindi almeno dodici molini, il doppio che a Granaglione, Biagioni e Vizzero messi insieme.

 

I molini erano una ricchezza per chi li possedeva e per la comunità che li utilizzava.

 

“Fortunato in questo mondo chi ha un prete o un sasso tondo” (Proverbio del Randaragna)

Sfruttando l'energia del torrente Randaragna questi impianti assicuravano la macinazione di cereali e delle castagne, fino a consentire, negli ultimi anni della loro esistenza, la produzione di energia elettrica con cui si alimentavano le utenze dell'intera valle.

Gli ultimi tre mulini che hanno funzionato nella valle sono stati quello “d’Gosto”(Agostino Vivarelli) a Casa Boni, quello delle Noci (Ugo Nasci) sul Rio Noci e quello di Ponte del Randaragna, ancora funzionante.

 

I molini della valle del Randaragna sono un notevole esempio di ingegneria idraulica e di cultura montanara, che l’incuria e il degrado rischiano di privare alla visibilità delle future generazioni.

Con questo nostro documento abbiamo cercato di ridare a questi opifici la dignità che gli spetta di diritto. Abbiamo cercato di recuperare la storia, le immagini di questa cultura che rischia di scomparire e con loro il ricordo delle persone che l’hanno segnata.

 

Questi opifici sono una risorsa in grado di attrarre un turismo evoluto sul territorio, che potrebbe essere fonte di rinascita economica per la popolazione.

 

Le associazioni e le istituzioni possono mettere a disposizione gli elementi sui quali i privati possono investire. Un’economia sana sfrutta quello che ha disposizione per creare lavoro e quindi ricchezza.

I privati devono cogliere l’opportunità, offrendo servizi di accoglienza adeguati alla domanda; anzi devono avere un approccio proattivo, offrendo un prodotto che attragga la domanda turistica.

 

 NOTA: Le immagini riprodotte in questo testo sono tratte dal libro di Rolando Nesti “Osservazioni sui Molini ad acqua situati nei territori di Piteglio, Prataccio e Prunetta”

 


Il Molino di Nazareno

Il Molino di Nazareno è il simbolo di una cultura montana che si sposa con la naturale asprezza del territorio.
Le immagini della sua struttura, e dei meccanismi di movimentazione e controllo, sono dotate di un fascino che ci riporta indietro nel tempo in cui, attorno a questi
opifici, si animava una comunità laboriosa.
Situato poco dopo il borgo di Casa Lazzeroni il Molino di Nazareno è l'unico esempio ancora esistente, nella valle del Randaragna, di un edificio su 4 livelli costruito
a ridosso della cascata.



Il Molino di Gosto

Nel 1913 il Molino di Gosto, conosciuto all'epoca come il molino di Valerio, viene riconvertito per la produzione di energia idroelettrica nella valle del Randaragna.
Inizia così la produzione di energia elettrica a Casa Boni Boni, che veniva distribuita a tutte le borgate limitrofe: Granaglione, Lustrola e Casa Forlai.
La valle del Randaragna elettrificata prima di molte grandi città.
Con la nazionalizzazione dell’industria elettrica (1962) e la nascita di ENEL, molte delle piccole imprese elettrico-commerciali presenti sul territorio italiano,
tra cui appunto il Molini di Gosto, vennero ritenute di “mancata convenienza a mantenerle in esercizio”, in quanto avevano un costo di gestione ritenuto
troppo elevato e quindi chiuse.
Un patrimonio culturale da recuperare e valorizzare.
Al Molino di Gosto si arriva percorrendo un sentiero che parte dal centro abitato di Casa Boni, costeggiando la chiesa.

Il Molino di Agnoletto

Il Molino di Agnoletto era il primo molino che si incontrava, risalendo il Randaragna, dopo essersi lasciati alle spalle quello di Adriano.
Lo incontriamo ancora oggi, almeno quello che ne resta, in riva destra del torrente.
Per scoprirlo basta recarsi a Casa Evangelisti. Prima dello stretto passaggio fra le case, un sentiero, sulla sinistra salendo, porta verso il fiume.
Percorrendolo si giunge prima a una grande abitazione abbandonata, oltrepassata la quale si scende verso il letto del torrente.
Qui si incontrano i ruderi di un nucleo abitativo e sulla sponda opposta del fiume si intravede il vecchio molino.
Il Molino di Agnoletto, come quello di Gosto, si trovavano in una posizione più pianeggiante del torrente, rispetto a quelli più a monte.
Per questo motivo questi due molini hanno una gora estremamente lunga per andare a intercettare l'acqua, con la giusta pendenza, verso la sorgente.

Il Molino del Catino

Il Molino del Catino e adesso un cumulo di macerie, fra le quali si riesce a intravedere la sua struttura originaria.
Costruito a ridosso dell'omonima cascata, il Molino del Catino presenta forti similitudini con quello di Nazareno a Casa Lazzeroni.
Il luogo suggestivo è raggiungibile dalla strada che porta a Casa Roversi; un cartello indica l'accesso al sentiero che conduce alla cascata.
Lungo il percorso esisteva, fino agli anni '70 del 900, un altro Molino di proprietà della famiglia Taruffi (Molino Taruffi).
Ridotto a macerie pericolanti fu demolito per motivi di sicurezza.